Lorenzo Porciatti
La Maremma grossetana
Lorenzo Porciatti ha avuto un’importanza storica in quel di Cana. Qui si racconta la sua storia attraverso l’analisi di un carme.
A cura di Gabriele Fabrizi
Profilo biografico dell’autore
Lorenzo Porciatti, appartenente alla famiglia Porciatti, si inserisce in un contesto familiare di grande rilievo culturale e sociale: i Porciatti furono infatti tra i principali esponenti della borghesia maremmana, distinguendosi per apertura intellettuale e sensibilità illuminata tra la fine del Settecento e il terzo decennio del Novecento. Egli fu l’unico erede dell’avvocato Giuseppe, possidente di Cana, e di Rosa Stefanopoli, nobile donna di origine greca, legata — secondo la tradizione — alla discendenza dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno ed anch’essa possidente terriera, nel grossetano. Sul piano politico, Porciatti si orientò verso posizioni liberali e intrattenne rapporti di amicizia con il canonico Giovanni Chelli, noto patriota maremmano e uomo di profonda carità. Inoltre, egli fu un poeta apprezzato anche da Niccolò Tommaseo. Nel corso della sua vita, Lorenzo Porciatti ricoprì inoltre a lungo l’incarico di direttore del ginnasio di Grosseto, contribuendo in modo significativo alla formazione culturale locale.
Introduzione al carme
La Maremma grossetana, pubblicata nel 1829 a Firenze nella Stamperia Pagani, si presenta come un ampio componimento di carattere storico-civile, nel quale il paesaggio maremmano viene progressivamente trasfigurato in una vera e propria allegoria della decadenza e della rinascita. Il testo si sviluppa secondo una struttura fortemente teleologica, che conduce il lettore attraverso un percorso che dalla memoria della grandezza antica giunge alla rappresentazione del degrado e infine alla celebrazione della rigenerazione moderna. Fin dalle prime battute, la Maremma è evocata attraverso un procedimento di apostrofi che la configurano come un’entità personificata, erede dell’antica Etruria e dunque portatrice di una nobiltà originaria ormai perduta. Questa scelta retorica consente a Porciatti di innestare immediatamente il discorso su un piano storico ampio, in cui la dimensione locale si intreccia con quella nazionale e, più in generale, con la vicenda della civiltà italiana. Il riferimento alla romanità e alle imprese di Scipione introduce infatti un passato eroico che funge da termine di confronto per il presente degradato.
Il cuore del carme è costituito dalla lunga rappresentazione della Maremma come spazio di desolazione fisica e morale. Il paesaggio palustre, dominato da acque stagnanti, esalazioni pestifere e assenza di vita, assume un valore fortemente simbolico: esso diviene immagine tangibile di una decadenza che è insieme storica, politica e antropologica. La natura, lungi dall’essere idealizzata, appare qui ostile e corrotta, quasi specchio di una società disgregata e incapace di governare il proprio destino. Accanto alla dimensione paesaggistica, il carme sviluppa una significativa attenzione alla condizione umana, in particolare alla figura del contadino, rappresentato come vittima di un ambiente insalubre e di un destino avverso. In questo senso, Porciatti introduce elementi che si avvicinano a una sensibilità proto-realistica, pur mantenendo un impianto stilistico e retorico saldamente ancorato alla tradizione.
La svolta del componimento è segnata dall’introduzione della figura di Leopoldo di Lorena, il cui intervento di bonifica viene interpretato come momento decisivo di rigenerazione. Qui il carme assume un tono apertamente encomiastico, inserendosi nella tradizione della poesia celebrativa del buon governo. Tuttavia, tale celebrazione non appare fine a sé stessa, ma si lega a una visione più ampia della storia come possibilità di riscatto attraverso l’azione politica illuminata.
È importante segnalare, in apertura del carme, la presenza di un elemento paratestuale tutt’altro che ornamentale: una citazione tratta dal Carmen Saeculare di Orazio, precisamente dai versi 29-32. Tale epigrafe, posta immediatamente prima dell’inizio della poesia, svolge una funzione programmatica e ideologica, orientando fin da subito la lettura in chiave civile e rigenerativa. I versi oraziani — «fertilis frugum pecorisque Tellus / spicea donet Cererem corona; / nutriant fetus / et aquae salubres / et Iovis aurae» — costituiscono un’invocazione alla fecondità della terra e alla prosperità garantita dall’armonia tra elementi naturali e intervento divino. La Tellus fertile, la protezione di Cerere, le acque salubri e le brezze di Giove delineano un ideale di equilibrio cosmico e agricolo che, nel contesto augusteo originario, celebrava la rifondazione morale e materiale di Roma.
Trasposta nel carme di Porciatti, questa citazione assume un valore fortemente contrastivo e al contempo auspicale. Da un lato, infatti, richiama implicitamente, per antifrasi, la condizione degradata della Maremma descritta nelle prime sezioni del testo, segnata da sterilità, abbandono e insalubrità; dall’altro, anticipa il tema della rinascita che troverà compimento nella parte finale del carme, legata alle opere di bonifica e all’azione riformatrice leopoldina. L’epigrafe oraziana, dunque, non si limita a nobilitare il dettato poetico attraverso il richiamo a un modello classico, ma istituisce un vero e proprio asse tematico: dalla desolazione alla fertilità, dalla morte alla rigenerazione. In questo senso, essa si configura come chiave interpretativa dell’intero componimento, inscrivendolo nella tradizione della poesia civile di ascendenza classica e conferendogli una tensione teleologica verso il riscatto della terra e della comunità.
Per chiunque fosse interessato a leggere l’opera, scaricandosi il file pdf, può trovarla al seguente link:
https://archive.org/details/bub_gb_8oUDqDymAbQC/page/n1/mode/2up
LA MAREMMA GROSSETANA
CARME
di
LORENZO PORCIATTI DI GROSSETO
I
Dove sei bella figlia d’Etruria
Per possanza roselle superba?
Ahi sciagura! Tra i dumi tra l’erba
Del tuo fasto più traccia non v’ha.
Sei pur tù che alla gloria del Lazio
Accorresti coll’affrico Scipio!
Ma d’estrani poi fatta mancipio
Sparve al mondo la prisca beltà.
II
Pera il nome del genio che torbido
Un sol voto, divise in due voti,
Quando Italia a stranieri remoti
Di se stessa le redini offrì.
Quando indotta del Celta al prestigio
O al flagello riscossa del Gota
Il candor dell’intatta sua gota
La purezza nativa smarrì.
III
Tu Grosseto d’Ombrone sul margine
Quindi ergesti l’altera cervice,
E dell’Arbia la belva nutrice
Di tua possa sovente tremò.
Ma in adulti appassiti i tuoi lauri,
Tu soggiaci al comune destino,
Tù rassembri negletto giardino
Che la folgor rovente sfondò.
IV
Ardon lire, li sdegni più fervono,
Della prole anche il padre fa scempio,
Sia che seco non pieghi nel tempio,
Sia non ceda a te muto poter.
Tal che apparve, Grosseto, il tuo giolito
Qual balen che col bujo s’alterna,
Sol lampeggia la spada fraterna
Che rattempera martello stranier.
V
Già diserte le sponde più fertili
Lande incolte si rendono e mute,
E di giunchi, e palustri cicute
Si riveste la riva gentil.
Mentre il piano d’intorno ricopresi
D’altro smalto con fetido effluvio,
E la pompa di Clodio, e Pacuvio
Stà sommersa nel limo più vil.
VI
Non s’increspa all’orezza d’un zeffiro
Morta l’onda sul livido lago,
Ivi il Sol non riflette l’imago,
Non si specchia mai Ninfa o Pastor.
Nè qui fia che gli augelli col gazzulo
Lor concento salutin gli albori,
Sol la rana con fiochi clamori
Par che gema di tanto squallor.
VII
Sorge all’etra vapore venefico
Da quell’onda che instagni s’aduna
E dintorno alla trista laguna
Delle febbri s’accova lo stuol.
Scorse quindi per calle più libero
L’indomato destino mortale,
Che al già ratto rameggio dell’ale
Vie più crebbe la foga del vol.
VIII
E lontano del crudo l’artiglio
Mentre spera il colono meschino
Pria del tempo ha le nevi sul crino,
Ne ancor vede che patria non ha.
Che nemica ha pur l’aura che trema
Nell’ardore soccorre agli affanni
Par pietosa, ma sparge dai vanni
Quel velen che nascosto vi stà.
IX
Peregrino cultora dai sterili
Gioghi scende all’Etrusca marina:
La deserta sua prole tapina
Pane aspetta da lui che partì.
Fervon l’aure: Dei figli lo invocano
Caldi i voti de’ lari nel seno,
Ma già cadde sul tristo terreno
Ov’estremo il suo sonno dormì
X
Vana steser la mano benefica
Quei che resser lo scettro sull’Arno,
A quell’ire il ritegno fù indarno
Anzi accrebbe del flutto il rigor.
Così all’elce la chioma più vegeta
Se recide la dura bipenne,
Porge il ferro rigoglio perenne
Della fronda al novello vigor.
XI
Oh speranza! dall’Istro un Magnanimo
Sul Tirreno discendere io miro,
E del Cielo l’azzurro zaffiro
Chiaro allora l’Ombron contemplò.
Nome augusto che ispira nell’animo
D’alti sensi divino consiglio,
Che nel petto nutrito del Figlio
Le bell’orme donor gli segnò.
XII
Ahi quel Sole tramonta! un’Impavida
Noi conforta nel bellico manto….
Ma conforto maggior del compianto,
Non ci arreca straniera la man.
E il pastor sol rimembra la sterile
Compra gloria in agone cruento,
Quando cinse, rapito all’armento,
Non sua spada in terreno lontan.
XIII
Ma oh letizia! se il saggio rammentasi
D’anzio petto con dolce sospiro
Or col nome risorge lo spiro
Del Nepote nel seno ospital,
Qual risorge tra i fumi del cinnamo
Redivivo da morte feconda
Più vivace del gange alla sponda
Sulla palma l’augello immortal.
XIV
E già squilla quel provvido annunzio
Che la gente meschina assecura
E la Tosca palustre pianura
Si riveste di vivo fulgor.
Ecco l’aura al cui soffio disperdesi
Di caligine il gravido nembo,
Ecco riede alla terra nel grembo
Un ignoto ferace tepor.
XV
E LEOPOLDO quel nome che all’etera
Sorge lieto e dagli astri sen vola,
È LEOPOLDO la dolce parola
Che ripete l’Ombrone seren,
E risplende di luce più vivida
Nel sorriso dei paghi suoi volti
E la gioja dei tardi nepoti
Si scolpisce dei padri nel sen.
XVI
Lui rammenta il bifolco che squallido
Un destin desiò più contento,
Mentre spera sul vomere lento
Non il pianto ma sparger sudor
E di livida febre tra i palpiti
Là sul basso corcato del lito
Benedice dall’antro romito
Quella man che soccorse al dolor.
XVII
Già sparisce dal guardo l’immagine
Delle sponde sì squallide, e triste,
Che ridenti di turgide ariste
Le ravvisa presago il suo cuor;
Mentre al mare rinchiuso tra gli argini
Va l’umor di che il piano s’inonda
Lascia il limo che il prato feconda
E lo smalta d’erbette, e di fior.
XVIII
E tù pur Populonia che sfolgori
Pei seicento tra l’Itale squadre
Già contempli con guardo di madre
Quell’alunno del patrio desir.
E già sclami nel carme del giubilo
Inebriata d’un’aura vitale
Ch’è Celeste un bel cenno regale
Se di patria è conforme al sospir.
XIX
Tristo genio, dell’alpi dal vertice
Che invocasti del Lazio l’oltraggio,
Al fulgor ti rinselva del raggio
Che balena di gioja forier.
Si pur troppo di patria nell’Italo
Fur sopite le cure nel seno
Ma sul lido che bagna il Tirreno
Dei Leopoldi fù il desto pensier
XX
Tra la polve d’Olimpico stadio
Altri lieto s’innalzi fra i numi:
Della storia sugli aurei volumi
Atra gloria LEOPOLDO eternò.
Che col bronzo contrasta, e coi secoli
La bell’opra sul serto di pace,
Ma languisce sul brando pugnace
Come il salcio che il vento schiantò.
Commento
L’incipit del componimento (vv. 1–4) si apre con una forte apostrofe alla Maremma, identificata con la “figlia d’Etruria”, secondo un procedimento tipico della tradizione neoclassica che tende a personificare le entità geografiche per elevarle a simboli storici. In questi versi iniziali si impone immediatamente il tema della perdita: la domanda retorica sull’assenza della grandezza passata introduce una dimensione elegiaca, in cui il presente è percepito come degradazione rispetto a un’origine gloriosa. L’immagine della scomparsa delle tracce del “fasto” antico rafforza questa tensione tra memoria e oblio.
Nei vv. 5–8 il discorso si amplia sul piano storico, attraverso il riferimento alla partecipazione della regione alla gloria romana e, in particolare, alla figura di Scipione. Tale richiamo non ha una funzione puramente erudita, ma serve a costruire un contrasto netto tra l’antica integrazione nel mondo latino e la successiva marginalizzazione. La perdita della “prisca beltà” viene qui tematizzata come esito di un processo storico di allontanamento dalla centralità politica e culturale.
I vv. 9–14 introducono il tema delle invasioni e della corruzione dell’identità italiana. La menzione di Celti e Goti si inserisce in una visione della storia tipica della cultura ottocentesca, in cui le invasioni barbariche sono interpretate come momento di frattura e degenerazione. La purezza originaria, evocata attraverso immagini di candore, viene compromessa da un contatto percepito come contaminante. Il lessico insiste su una dimensione morale oltre che storica, suggerendo una perdita di integrità non solo politica ma anche etica.
Con i vv. 15–20 il focus si restringe sulla città di Grosseto, che emerge come emblema della vicenda maremmana. La descrizione della città, un tempo fiera e combattiva, introduce una dimensione eroica che viene però immediatamente smentita dal riferimento al suo declino. L’immagine del “negletto giardino” condensa efficacemente la trasformazione da spazio vitale a luogo abbandonato, segnando il passaggio da una storia attiva a una condizione di passività e decadenza.
Nei vv. 21–28 il tono si fa più drammatico e allusivo, con il riferimento a conflitti interni e tensioni civili. L’idea di una violenza fraterna, che si affianca alle minacce esterne, contribuisce a costruire un quadro di disgregazione complessiva. La comunità appare lacerata, incapace di opporsi in modo efficace alle forze che ne determinano il declino.
I vv. 29–36 segnano l’ingresso nella lunga sezione descrittiva dedicata al paesaggio maremmano. Qui Porciatti costruisce un quadro di desolazione naturale attraverso immagini di abbandono e sterilità: le sponde un tempo fertili diventano luoghi incolti e silenziosi, mentre la vegetazione palustre invade lo spazio. Il riferimento a piante come i giunchi e le cicute introduce una connotazione negativa, legata sia alla tossicità sia all’inutilità produttiva.
Nei vv. 37–44 la descrizione si approfondisce ulteriormente, soffermandosi sull’immobilità delle acque e sull’assenza di vita. Il paesaggio appare come sospeso, privo di movimento e di riflesso, in una condizione quasi metafisica di morte apparente. L’assenza di figure tradizionalmente legate all’armonia pastorale, come ninfe e pastori, segnala la rottura con il modello idillico della natura, sostituito da una visione negativa e disincantata.
I vv. 45–52 introducono la dimensione sonora del paesaggio, dominata non più da armonie naturali ma da suoni monotoni e inquietanti, come il gracidio delle rane. Questa scelta contribuisce a rafforzare l’impressione di squallore e desolazione, trasformando l’ambiente in uno spazio ostile anche sul piano sensoriale.
Nei vv. 53–60 compare esplicitamente il tema della malattia, attraverso l’immagine del “vapore venefico” che si leva dalle acque stagnanti. La malaria, pur non nominata direttamente, è chiaramente evocata come forza invisibile e distruttiva, che si diffonde nel territorio e ne determina le condizioni di vita. La natura assume qui un carattere attivo e minaccioso, diventando agente di morte.
I vv. 61–68 sviluppano le conseguenze di questa condizione sulla vita umana. Il destino dell’uomo appare segnato da una forza superiore e ineluttabile, che lo espone a un rischio costante. L’idea di un “destino mortale” che si muove liberamente nel territorio rafforza la percezione di una realtà dominata da leggi ostili all’esistenza.
Nei vv. 69–76 il focus si concentra sulla figura del contadino, presentato come vittima principale di questo ambiente degradato. La sua condizione è descritta in termini di precarietà e sofferenza: egli lavora in un contesto che non gli appartiene realmente e che finisce per negargli ogni possibilità di stabilità. La natura, anziché sostenerlo, contribuisce alla sua rovina.
I vv. 77–84 introducono il tema della migrazione e della morte lontano dalla patria. Il lavoratore che giunge nella Maremma in cerca di sostentamento viene sopraffatto dalle condizioni ambientali e soccombe prima di poter realizzare le proprie speranze. In questi versi emerge con forza una dimensione di pietas, che avvicina il testo a una sensibilità proto-romantica.
Nei vv. 85–92 si sviluppa una riflessione sulla responsabilità politica, attraverso la critica implicita ai governanti incapaci di intervenire efficacemente sulla situazione. L’immagine della mano benefica che si rivela inutile suggerisce l’inadeguatezza delle misure adottate e la necessità di un cambiamento più radicale.
I vv. 93–100 segnano un punto di svolta, introducendo la speranza di una trasformazione. L’attesa di un intervento salvifico si accompagna a un mutamento del tono, che si fa progressivamente meno cupo e più aperto alla possibilità di riscatto.
Nei vv. 101–110 emerge la figura di Leopoldo, presentato come protagonista della rinascita maremmana. Il suo intervento è descritto in termini quasi epici, come un’azione capace di modificare radicalmente il destino del territorio. La dimensione encomiastica si inserisce qui nella tradizione della poesia civile, che celebra il buon governo come fattore di progresso.
I vv. 111–120 sviluppano le conseguenze di questa azione, mostrando la trasformazione del paesaggio da spazio di morte a luogo di fertilità. Le immagini si fanno più luminose e vitali, segnando un netto contrasto con la sezione precedente. La natura torna a essere alleata dell’uomo, in una prospettiva di armonia ritrovata.
Nei vv. 121–130 il discorso si amplia nuovamente, collegando la rinascita della Maremma alla storia più ampia del territorio e alla sua identità. Il riferimento a luoghi e memorie antiche contribuisce a costruire una continuità tra passato e presente, in cui la rigenerazione moderna si configura come recupero di una vocazione originaria.
Infine, nei vv. 131–fine, il carme si chiude con una riflessione di carattere generale sulla natura della gloria e sul valore dell’azione umana. La contrapposizione tra gloria militare e gloria civile suggerisce una gerarchia di valori in cui il vero merito risiede nella capacità di migliorare le condizioni di vita collettiva. In questo senso, la conclusione conferma la natura profondamente etica del componimento, che si presenta come un esempio significativo di poesia civile ottocentesca, in cui l’impegno storico e morale si unisce a una solida tradizione formale.
“
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
CESARE PAVESE

