IL GRAN CANE E PIETRO PINCA

Leggenda popolare canese:

IL GRAN CANE E PIETRO PINCA

Fedelmente redatta da Niccodemo Simonelli (1928) sui ricordi dei racconti appresi in infanzia da sua nonna Francesca Falconi (1868-1953).  Revisione con aggiunte letterarie e ricostruzione storica di Lauro Leporini.

Erano tempi di rivalità fra signori vicini, di prepotenze e nefandezze di ogni genere. Il diritto di banno lasciava ai signori locali l’arbitrario uso della giustizia e il potere di riscuotere salate tasse verso i loro sudditi; non meno pesante era il periodico esercizio, obbligatorio e gratuito delle cosiddette angherie da parte dei coloni nei possedimenti privati dei loro signori.

Molti secoli fa nella nostra zona spadroneggiavano: il Gran Cane, paternalistico feudatario [1] del vasto, boscoso ed aspro comprensorio di Cana, che pur pretendendo cieca obbedienza dai suoi servi e pur usando all’occorrenza la frusta, come all’epoca era di uso comune, non osava mai oltrepassare certi limiti e Pietro Pinca, detto “Pinco”, signore del piccolo, fertile e pianeggiante comprensorio del Castagnolo [2] che quanto a soprusi e cupidigia non venne mai sorpassato da nessun altro signore dei comprensori limitrofi [3] .

Una parte del territorio di Cana era confinante con quello del Castagnolo ed i litigi per i danni arrecati ad alcune colture canesi, poste sulle fertili pianure a sinistra del torrente Trasubbie [4], dovuti agli sconfinamenti del bestiame brado del Pinco, erano piuttosto frequenti, come frequenti erano gli altri motivi di rivalità che aggiunti al carattere prepotente del Pinco determinavano un continuo stato di tensione. Al Gran Cane, inoltre, non era ancora passata l’arrabbiatura presa nell’ottobre dell’anno prima, durante l’ultima festa da egli indetta in Cana presso il sottostante Campo della Corte [5] , con giochi equestri e relativo banchetto. Nell’affollata festa nobiliare, alla quale parteciparono tutti gli invitati, cioè gli altri vassalli del magnifico conte palatino, signori dei territori limitrofi, molti dei quali congiunti del Gran Cane, riuscì a passare ai distratti controlli delle indaffarate guardie canesi l’indesiderato Pinco, il quale una volta intrufolatosi, forse da una porzione meno fitta dell’ampia ed incolta siepe di delimitazione, dopo aver bevuto qualche bicchiere di buon vino novello aromatizzato, appositamente preparato per l’occasione, barcollante e paonazzo in volto, prima di essere scoperto, preso a calci e poi brutalmente cacciato dalle guardie, si mise ad importunare alcune madame ed a fare lo strafottente con  alcuni messeri.

Un giorno il Gran Cane, stufo, decise di porre fine a tutto questo. A tale scopo, ordinò ai suoi massari di comportarsi nel seguente modo in caso di nuovi sconfinamenti: prelevare il bestiame, chiuderlo nelle stalle ed avvisare Pinco di ciò ed intimargli di sborsare 100 fiorini d’oro [6] come penale per rientrare in possesso del bestiame. Se  i massari non avessero agito così sarebbero incorsi nella punizione di 30 frustate ciascuno. Lo sconfinamento avvenne nuovamente ed i contadini agirono come pattuito.

Pinco, con l’arroganza e la prepotenza che lo contraddistinguevano, fece sapere al feudatario canese, attraverso un messaggio inviato ai massari dello stesso, che non solo non avrebbe pagato la penale ma che avrebbe tenuto prigioniero il massaro, latore del messaggio, fino a quando non gli fosse stato restituito il suo bestiame. Il Gran Cane, consapevole che il Pinca non avrebbe potuto competere con lui con la forza, fece sellare, imbrigliare e bardare il suo cavallo dal fido servo-scudiero, si infilò le brache di cuoio ed il giaccone di lana, si infilò gli stivaloni di cuoio,  indossò la sua vecchia cotta di maglia, quindi la bianca tunica di cotone con lo stemma di famiglia cucito sul petto, si strinse ai fianchi la cinghia con il pugnale, indossò le manopole in cuoio e s’infilò il cappello di ferro in testa. Inoltre, consegnò allo scudiero, che sistemò sul proprio mulo, la cinghia con lo scalfito spadone, l’ammaccato elmo e le malconce armi: lo scudo, la mazza e la balestra con i relativi bolzoni.  Partì da Cana una fresca e profumata mattina di primavera con la sua ridotta compagnia di massari-masnadieri, chi a piedi chi con cavalcature anche di fortuna, “corazzati” alla meglio ma ben forniti delle seguenti rabberciate armi: lance, falcioni, asce, fionde, scudi e pavesi di vimini. Gli “armigeri” furono fatti appostare sul lato sinistro del torrente Trasubbie e gli fu ordinato di accumulare subito delle pietre per l’eventuale sassaiola. Il Gran Cane fece quindi avvisare il Pinco, tramite due suoi soldati a cavallo, che egli era risoluto ad intraprendere un’ardita cavalcata di rappresaglia nelle sue terre se non avesse immediatamente rilasciato il massaro che teneva prigioniero e pagato la penale. Pinco dovette fare buon viso a cattiva sorte, dominando la rabbia che lo consumava a beneficio di un ben congegnato progetto di vendetta per lo smacco subito. Egli si decise, quindi, a liberare il massaro ed a pagare la penale richiesta, poi si recò subito alle Trasubbie dal Gran Cane e con finta umiltà accordò con esso il giorno in cui poter desinare insieme presso il Castagnolo per poter parlare dei loro problemi ed eliminare le controversie che li dividevano, promettendogli, infine, che d’ora in poi si sarebbe comportato correttamente anche nei confronti di tutti i signori del vicinato. Il Gran Cane accettò l’invito.

Passata una settimana, giunto il giorno prestabilito, una piovigginosa ma mite mattina d’aprile, insieme al suo fedele gastaldo di corte e tutto il suo seguito armato, il Gran Cane partì da Cana per recarsi al Castagnolo. Questa volta però si era corazzato più alla leggera, infatti sotto il nero mantello con il cappuccio sotto il cappello di ferro, aveva il pesante coietto in cuoio a protezione del busto. Giunti alle Trasubbie, non fidandosi delle promesse del Pinco dette disposizioni alla masnada di accamparsi lì e di entrare in azione ed invadere con la forza i possedimenti del rivale se alla prestabilita ora non avesse fatto ritorno.

Il Gran Cane, il gastaldo e lo scudiero, giunti che furono nelle vicinanze della collinetta calcarea sulla quale si erge l’arcigno e tozzo torrione brunastro del Castagnolo, dimora del Pinca, vennero intercettati dai rudi membri del corpo di guardia dello stesso, che una volta identificati li fecero entrare nel cortile murato del fortilizio. Gli ospiti furono ben accolti dai servi del Pinco, i quali provvidero subito ad asciugarli ed a sistemare le loro cavalcature. Le armi e le cose del Gran Cane furono gelosamente custodite dentro la stalla, all’interno del cortile, dallo scudiero.

Continua…..