CANA STORIA — 09 febbraio 2012
LEGGENDE CANESI – Il prato della Contessa

La leggenda è un tipo di racconto molto antico, come il mito la favola e la fiaba, e fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartiene alla tradizione orale e nella narrazione mescola il reale al meraviglioso. Le leggende popolari non sono mai inventate da una sola persona, ma alla loro invenzione concorrono sempre più persone che, con il trascorrere del tempo, trasformano un fatto vero in un fatto sempre più leggendario. Le leggende non raccontano mai dei fatti puramente inventati ma contengono sempre una parte di verità che viene trasformata in fantasia perché gli uomini vogliono scoprire sempre la causa di certi fatti che non conoscono bene e pertanto cercano di spiegarli con l’immaginazione.

Grazie a Lauro oggi posso raccontarvi, in maniera fiabesca e romanzata, la splendida storia d’amore tra Gherarda degli Aldobrandeschi, contessa di Cana, e Adalberto, piccolo feudatario di Chiusi. Per farlo vi propongo il racconto così come presentato nel libro, “Leggende maremmane illustrate” di Fenenna Bartolommei edito da Innocenti Editrice, 2009!

Per chi non lo sapesse il prato della Contessa (altitudine mt. 1410) è una nota località turistica del Monte Amiata, ritrovo di tanta gente sopratutto nei periodi primavera-estate per grandi pic-nic. Pianoro prativo a valle tra il sasso di Maremma (vetta dell’Amiata) e il Poggio della Montagnola (seconda vetta dell’Amiata) caratterizzato da foreste di faggio e di abete di grande suggestione.

Il prato della contessa

 

Il prato della Contessa è una vastissima radura aperta nella faggeta sopra un dorsale del Monte Amiata, a 1450 metri d’altezza, coperta di neve nei mesi invernali, e di fiori e di erbe profumate in quelli estivi e primaverili.

Ma perché questo nome? Perché “Prato della Contessa’?

Ed ecco Gherarda degli Aldobrandeschi, giovinetta bionda e bella, uscire dalla storia tutta luci ed ombre, glorie e misfatti della sua antica potente casata, per narrarci la più romantica delle leggende.

Ma nelle leggende, come nelle fiabe, bisogna sempre ritornare “un passo  addietro” ed eccoci dunque ancor più a ritroso nel tempo, fino ad incontrare Rachis, re dei Longobardi, il quale cacciando per i boschi un giorno del 650, ebbe una visione e sentì una voce che veniva dall’alto imporgli di fondare una abbazia, dotarla di cospicue rendite (non era disinteressata quella voce) e darsi alla rigida penitenza benedettina.

E Rachis fondò infatti l’abbazia di San Salvatore del Monte Amiata, quella abbazia che ha dato il nome alla località montana sul versante senese, e che Pietro Leopoldo nel 1782 ebbe il cattivo gusto di spogliare completamente inviando i tesori d’arte in essa contenuti alla biblioteca laurenziana di Firenze.

Gherarda, contessa di Cana, fin da bambina ebbe dimestichezza con i monaci della badia, i quali teneramente l’amavano, e tanto felici erano di vederla che al loro grande convento le riserbarono ben dodici stanze volte ad oriente, l’ultima delle quali guardava il piccolo cortile dove era il pozzo di Rachis. Per una scaletta privata, Ghèrarda scendeva nel cortiletto ed entrava nella cappella per ascoltare la messa o per pregare in solitudine.

Molto spesso la fanciulla veniva al convento ed era già una gioia e una distrazione la lunga cavalcata per arrivarci. Il resto del tempo lo passava tra le feste e i tornei o, per lunghi periodi, chiusa tra le massicce mura del castello a ricamare e ad annoiarsi.

Fu appunto durante un torneo a Buonconvento che Gherarda conobbe Adalberto, piccolo feudatario di Chiusi. Il cavaliere rimase abbagliato dalla bionda bellezza della fanciulla
e l’adorò timidamente. Gherarda contraccambiò questo amore, ma vivace ed energica, non rimase a sospirare ed a languire e si adoperò con tutta l’astuzia femminile per trovare tutti i mezzi e tutte le occasioni che le consentissero di rivedere l’amato. Organizzò feste e tornei cercando un luogo adatto e nello stesso tempo romantico, per le competizioni cavalleresche e le riunioni campestri, dove avrebbe potuto incontrare il cavaliere dei suoi sogni.

Un giorno, cavalcando per i boschi, fu colpita da una piccola radura in mezzo a una faggeta. Ecco il luogo, si disse. Ordinò ai tagliaboschi di allargare la radura fino a farne un vasto prato circondato da faggi e nacque così, per amore, il “Prato della Contessa’.

La leggenda non dice quanto durò l’amore tra Gherarda e il giovane cavaliere di Chiusi ché il compito pignolo delle date esatte la leggenda svanitella e leggera lo lasciò alla severa sorella maggiore, la Storia (qualche volta però non ci imbrocca nemmeno lei) -ma sappiamo di sicuro che i conti Aldobrandeschi, fratelli tutt’altro che sentimentali, imposero alla fanciulla di sposare Orsino conte di Pitigliano, poiché l’alleanza con la guelfa potente famiglia ursinea ben si confaceva alle loro mire ed alle loro ambizioni.

Gherarda, vinta e sottomessa, invocò per l’ultima volta il suo amato bene dandogli appuntamento su quel prato chiuso tra la faggeta incantata che li aveva visti felici; poi, nell’attesa delle nozze, si ritirò nelle sue dodici stanze nel convento dell’abbazia.

Adalberto si disperò e cercò combattimenti per morire aureolato di gloria, ma visto che la morte anziché ghermirlo lo sfuggiva. Mentre Gherarda tra squilli di chiarine e stose grida di vassalli entrava sposa nel trecentesco palazzo degli Orsini, egli si rinchiudeva nell’abbazia di San Salvatore dove, sia pure di sfuggita, avrebbe rivisto l’amata.

Pare infatti che Orsino, non volendo togliere la sposa alla dolce consuetudine, le consentisse di recarsi al convento una volta all’anno e di sostare per tutto il mese di settembre nelle dodici stanze volte ad oriente, per pregare, digiunare, cantare le laudi al Signore e … (qui la leggenda si fa piuttosto maldicente) rivedere Adalberto.

Ma subito la leggenda ritorna ingenua e credulona e si affretta a narrarci che, per non cadere in tentazione, Gherarda convocò nel cortiletto, presso il pozzo di Rachis, il sempre amato Adalberto e con l’ultimo bacio gli fece dono di una preziosa Bibbia del secolo settimo, in caratteri onciali, e di un calice dal piede d’oro, con il suo nome cesellato da un orafo camaldolese.

Da allora Gherarda, contessa di Pitigliano, fu sposa e madre virtuosa e frate Adalberto, donato la Bibbia e il calice al convento, partì per la Terra Santa e nessuno seppe più niente di lui. A ricordo del tenero amore dei due amanti infelici è rimasto il “Prato della Contessa’.

E pare che nelle notti di luna, a primavera, le fronde novelle dei faggi raccontino ai boschi ed alle estatiche vette le storie che babbo tronco ha loro narrato durante le lunghe sere invernali. Storie di tornei, di competizioni, di appuntamenti amorosi, mentre giù sotto, nella radura, passano lievi sull’erba novella che non si piega, le ombre dì Gherarda e di Adalberto.

 


Tutto quello sopra narrato è leggenda ma, come tutte le leggende nasce da una verità. I personaggi di questa splendida e tormentata storia d’amore sono difatti realmente esistiti. La contessina Gherarda è Anastasia degli Aldobrandeschi, contessa di Cana, andata in sposa al conte Orsini della contea di Sovana e Pitigliano viste le mire conservative ed espansionistiche della famiglia. Del ragazzo invece si hanno due opposte versioni che lo vedono discendente da una parte dai conti che in quel periodo governavano Chiusi, dall’altra invece si dice fosse figlio di uno stalliere di Sarteano, appassionato ed esperto di cavalli e per questo motivo sempre alla corte ed al seguito di alcuni nobili intenti in cavallereschi duelli. E’ evidente che dovevano vedersi di nascosto: una promessa sposa al conte Orsini, non poteva certo farsi vedere con un conte di diversa casata né tantomeno con uno stalliere. Ma stando alla leggenda essi erano veramente e perdutamente innamorati l’uno dell’altra e perciò continuarono a vedersi clandestinamente nel loro magico prato fino al giorno in cui il destino li separò definitivamente. Infatti Anastasia andò veramente in sposa al conte Orsini e Adalberto dovette rassegnarsi alla perdita del suo grande amore.

Successivamente al matrimonio esistono due diverse versioni dei fatti:

– una prima sostiene che Adalberto si rifugiò successivamente nel monastero con lo scopo di riuscire a dimenticare la sua sofferenza

– una seconda, molto più intrigante, narra che Gherarda, con il pretesto di scendere al Monastero per imparare le Arti femminili e studiare come si conviene ad una nobile, continuò a vedersi comunque con Adalberto all’ombra del loro amato faggio, lontani da occhi indiscreti.

Una cosa è certa: visto che ancora oggi se ne parla, questo grande amore è comunque riuscito a sopravvivere nel tempo, così come lo è stato anche il testimone dei loro incontri: quel magico prato che tutto sa, e che talvolta riesce anche a rivelarcelo, magari in una calda serata di un plenilunio estivo.

Cosa posso dirvi se non di raccontare questa storia anche ai vostri figli, nipoti etc.. E’ una splendida favola che narra anche una piccola parte della vita e della storia del nostro paese. Cerchiamo di mantenerla viva nella memoria di tutti …

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